Cento Case Popolari, un progetto fotografico di Fabio Mantovani

Cento Case Popolari: Fabio Mantovani documenta la vita di oggi in dieci grandi agglomerati di edilizia pubblica della ricostruzione degli anni '60 e '70 del secolo scorso.




Quando studiavo architettura ho sempre amato il periodo della ricostruzione postbellica. Architetture in bilico tra utopia e progetto sociale, grandi numeri e unità minime, sperimentazione e ricerca. Esperienze architettoniche senza precedenti che, nel bene e nel male, hanno prodotto modelli fondamentali per l’edilizia sociale e industriale.

Ecco perché sono stata molto felice di poter scoprire e approfondire il progetto 
Cento Case Popolari
 intervistando il fotografo Fabio Mantovani per Retail Design MagazineFabio Mantovani (Bologna, 1970) è un fotografo italiano di architettura, interni e corporate. Il saggio fotografico di Fabio Mantovani documenta la vita che attraversa oggi dieci grandi sistemi abitativi italiani concepiti negli anni '60 e '70 del secolo scorso come "parti di città" – Cielo Alto a Cervinia, Rozzol Melara a Trieste, Gallaratese a Milano, Forte Quezzi a Genova, Barca a Bologna, Villaggio Matteotti a Terni, Nuovo Corviale a Roma, Le Vele a Scampia, Spine Bianche a Matera, ZEN a PalermoCento Case Popolari è il nome del libro edito da Quodlibet.

Ripropongo qui l'intervista in italiano.



N. Com'è nata l'idea di questo progetto?

F. L'idea è del 2012, quando l'architetto Orlandi (all'epoca dirigente dell'Istituto Beni Culturali dell'Emilia Romagna) mi propose di lavorare su un mio tema, possibilmente inedito. Conoscevo alcuni di questi grandi complessi abitativi e mi avevano sempre interessato dal punto di vista architettonico, ma decisi di affrontare l'argomento mettendo in relazione le opere e gli abitanti, inserendo la figura umana in ogni scatto. Il progetto è durato quattro anni, le ragioni di tanto tempo stanno nella profondità che avevo deciso di dare al lavoro, che implicava pause di revisione e presentazioni del work-in-progress per avere riscontri, inoltre non sempre è stato facile accedere nei vari luoghi, per motivi vari, e anche questo ha richiesto tempo.

N. Quale di queste architetture ti ha affascinato di più e perché?



F. Citarne alcune equivale ad escluderne altre, e essendo in tutto dieci potrei eludere la domanda con un laconico "tutte", ma sto al gioco, e ti indico lo ZEN di Palermo, l'opera forse più controversa di Vittorio Gregotti (l'architetto che lo progettò), ampiamente studiata anche da altre prospettive rispetto all'architettura pura, come quella sociologica, e quella antropologica.
In tutti i complessi comunque ho cercato di essere il più neutrale e obiettivo possibile, senza enfasi - spesso cupa - su eventuali problematiche che affliggono alcuni di questi luoghi, né celebrazione di altri che sono stati una grande sorpresa, come il Gallaratese di Milano o il Cielo Alto di Cervinia.

N. Come vengono vissuti questi edifici ed i loro spazi comuni, oggi?



F. Per quanto sia rimasto in ciascuno dei posti fotografati almeno due-tre giorni, li ritengo troppo pochi per avere un quadro delle condizioni di vita così esaustivo da poterne parlare, però senz'altro la questione degli spazi comuni salta agli occhi anche in un lasso di tempo così breve, cioè il fatto che in molti casi sono del tutto assenti, o lasciati al caso, e spesso questo innesca problematiche ad esempio di isolamento.

N. Sei riuscito a colloquiare con gli abitanti e a visitare gli interni di qualche appartamento?

F. Una costante di tutti i dieci i luoghi fotografati è stata l'accoglienza ricevuta, sempre dopo momenti più o meno lunghi di diffidenza, ovvia e comprensibile, perché che vive a Scampia o al Corviale sa che può essere fatto oggetto di facile giornalismo in cui si parla genericamente di degrado, ed esserne protagonista non è certo piacevole, ma una volta fatta comprendere la natura del mio lavoro tutto cambiava, e ho ricevuto bevande bollenti quando ero al freddo e bibite ghiacciate d'estate, spesso rimanendo anche in contatto con alcuni abitanti.
Fotografare gli interni non era parte del progetto, ma mi è capitato quasi sempre, proprio perché venivo costantemente "adottato" e a volte addirittura conteso! Per ora però rimangono allo stato di foto-ricordo, poi, chissà....











Quodlibet Studio - Macerata 2017
Introduzione di Sara Marini
Postfazione di Piero Orlandi

Foto e credits Fabio Mantovani